
Un censimento dovrebbe essere una collezione di numeri innocenti eppure questo censimento sta assumento un carattere controverso, sicuramente delicato.
Al sorgere delle prime polemiche i responsabili del KNBS (Kenya Bureau of Statistics) si sono affrettati a chiarire che la domanda sull'appartenenza etnica non è assolutamente obbligatoria e che tra le risposte possibili c'è anche un orgoglioso “I'm Kenyan”.
Ciononostante, trascorsi oltre 18 mesi dalle violenze che hanno accompagnato le elezioni del 2007, la questione etnica è un argomento ancora scottante qui in Kenya.
Oltre 1000 morti, mezzo milione di IDP (Internally Displaced People) costretti per forza o per necessità ad abbandonare le proprie case per trovare una sistemazione più sicura.
I fatti del 2007 si trascinano in maniera velenosa fino ad oggi: la Commissione d'inchiesta Waki ha raccolto prove e tesimonianze e redatto una lista di nomi di responsabili nel gestire e organizzare le violenze post elettorali. La lista, chiusa in una busta (che immaginiamo rossa...) è stata consegnata sin dallo scorso ottobre a Kofi Annan, incaricato di mediare tra le parti. L'ex segretario dell'ONU ha conservato i documenti fino a luglio, sperando che il parlamento kenyano deliberasse la creazione di un tribunale speciale o di una qualche istituzione giuridica che rendesse giustizia dei fatti.
Poi a luglio la svolta: una breve missione a Ginevra, accompagnato da alcuni esponenti del governo, tra cui il ministro della Giustizia Mutula Kilonzo e l'incontro con Luis Moreno Ocampo procuratore della Corte Penale Internazionale al quale è stata consegnata la busta. Ora il Kenya ha tempo fino alla fine di settembre per trovare una soluzione (tribunale speciale o ordinario).
Altrimenti Ocampo, che negli ultimi anni è considerato un pò lo spauracchio dei potenti e violenti dell'Africa, avvierà un procedimento esterno, poichè che il Kenya a suo tempo ha preso parte alla creazione dell'ICC.
Faceva una certa impressione passeggiare per il centro di Nairobi martedì scorso: quasi nessuno per la strada nè sui marciapiedi solitamente affollati di una vasta umanità che spazia dai colletti bianchi dei ministeri, ai turisti e cooperanti europei o americani, fino ai più poveri che cercano ogni giorno un modo per sbarcare il lunario. Uffici chiusi, negozi chiusi, bus e matatu rarissimi e semivuoti. Il 24 agosto è stata infatti dichiarata giornata di vacanza per consentire agli enumerators di svolgere il loro lavoro: diversamente a Nairobi è difficile trovare qualcuno in casa durante le (lunghe) giornate lavorative.
Altre questioni accompagnano il Kenya Census 2009 , ad esempio il fatto che i risultati dell'ultimo censimento, dieci anni fa, non furono mai resi noti.
Fare un censimento in Africa non è facile: nelle zone rurali spesso l'anagrafe non funziona e molti, bambini e adulti, non hanno documenti, ed in ogni caso raggiungere ogni più sperduto villaggio è praticamente impossibile.
Le notizie che vengono raccolte sono inoltre tra le più varie: viene chiesto di che materiale è costruita la casa, quale tipo di gabinetto è utilizzato oppure chi ha dormito in quella casa il giorno precedente.
Il risultato è che gli enumerators impiegano circa 45 minuti per ogni gruppo famigliare.
Fare un censimento è però molto importante, specialmente in Africa: occorre sapere se le politiche di sviluppo sono state efficaci, se e di quanto è cresciuta la popolazione, dove vive e in quali condizioni socio economiche, sopratutto in periodi come questi, quando una forte siccità sta mettendo in crisi diverse aree del paese, soprattutto al nord.
I Masaai si stanno muovendo dai pascoli verso la città per svendere il loro bene più prezioso, il bestiame, a causa della mancanza di acqua. Una vacca (magra) può costare anche solo 8000 scellini (circa 80 euro).
Alcuni dati d'altra parte sono già conosciuti: per esempio la vita media del Kenya, stimata attualmente in 55 anni e la sorprendente distribuzione delle popolazione: dei presunti 40 milioni di Kenyani, oltre la metà ha meno di 19 anni.
Fonti: Nation, Reuters